La professione di medico penitenziario

Intervista a Elisabetta Dalmonte: medico penitenziario

Elisabetta un medico, ha 30 anni e vive a Faenza. Si è laureata a luglio del 2014 in Medicina e Chirurgia all’Università di Ferrara e ha iniziato la sua carriera, come spesso accade ai giovani Medici, collaborando con alcune strutture private di ricovero (guardie), facendo turni come medico prelevatore, e un po’ di “classiche” sostituzioni. Ha conseguito un master universitario molto interessante in Geriatria e attualmente è uno dei Medici in servizio presso il penitenziario di Forlì.

Il medico penitenziario non è un ruolo che si sente spesso, come sei arrivata a questo incarico?

L’opportunità del penitenziario è nata quasi per caso, mi ero iscritta ad un concorso pubblico della Asl indetto per ricercare medici penitenziari da inserire nella regolare attività quotidiana del carcere di Forlì. In quel momento, avevo molte altre collaborazioni professionali attive, ma questa attività mi incuriosiva davvero molto, per cui mi sono iscritta al concorso, ho avuto la fortuna di entrare subito in graduatoria e di vedermi assegnare il posto!

Ho iniziato questa nuova attività con un contratto solo a tempo parziale di 14 ore, ma nonostante questo inizio “leggero” mi sono subito appassionata a questo ruolo e integrata nell’ambiente lavorativo.

La struttura Penitenziaria ha poi avuto necessità di aumentare – dopo il mio arrivo – il numero di ore settimanali, e di modificare il contratto da part time a full time e ora il medico penitenziario presso il carcere di Forlì è la mia unica attività; senza pensarci più di tanto, ho interrotto ben due altre collaborazioni regolari che avevo con alcune strutture sanitarie per dedicarmi esclusivamente a questo tipo di attività.

La giornata tipo del medico penitenziario

Il medico penitenziario è un medico che è sempre presente in struttura: io e i miei colleghi garantiamo una continuità assistenziale sanitaria ai detenuti 24 ore su 24, 365 giorni all’anno. Da poco più di un anno la direzione è riuscita ad ottenere questo tipo di continuità medica e questo fa si che i pazienti più complicati vengano mandati al nostro penitenziario.

L’attività è divisa in 3 turni: mattina, pomeriggio e notte. Svolgo la mia attività principalmente nelle ore diurne, perché partecipo ad alcuni progetti all’interno del carcere come promozione della salute e creazione di nuovi protocolli per la gestione dell’area sanitaria a Forlì.

La mattinata è scandita dalle visite mediche che i detenuti richiedono in caso di necessità, sia per la sezione maschile, che per quella femminile, entrambe presenti all’interno del carcere di Forlì.

Abbiamo all’interno anche un nido perché ci sono spesso bambini piccoli con meno di 3 anni di età: fino al compimento del terzo anno infatti, se non possono essere lasciati a nessuno fuori dal carcere, i bimbi possono stare assieme alle madri. Adesso ad esempio è presente un bambino di appena 6 mesi.

Il “team sanitario” non è solo composto da noi medici, ma anche da personale infermieristico: riusciamo perciò comunque a gestire egregiamente buona parte delle situazioni, nonostante non sia assolutamente un vero e proprio reparto.

Quali sono le difficoltà che incontra quotidianamente un medico penitenziario?

La gestione generale, le procedure, sono al momento un po’ complicate, non essendo come dicevo un reparto, dobbiamo gestire tutte le uscite dei pazienti verso l’ospedale per accertamenti o visite mediche programmate/specialistiche. Queste uscite logisticamente sono molto strutturate, e la nostra attività deve essere perfettamente coordinata con quella degli agenti di polizia penitenziaria.

La nostra è un’attività clinica dove è realmente necessario imparare ad essere polivalenti e dinamici: bisogna avere buone capacità nel campo della pediatria, ginecologia, psichiatria, senza dimenticare che vi possono essere anche problemi sanitari legati alla tossicodipendenza da dover gestire.

Il servizio sanitario nel carcere di Forlì è però ben organizzato ed è “multidisciplinare”: infatti all’interno del servizio di medicina penitenziaria abbiamo diversi specialisti (lo psichiatra, il tossicologo del SERT, lo psicologo il dermatologo, il fisiatra, il dentista e il ginecologo…) che effettuano diversi accessi al mese direttamente presso la nostra struttura: questo permette di limitare notevolmente l’invio dei pazienti verso l’ospedale e di attuare una gestione indoor molto più semplice.

Le altre difficoltà sono legate principalmente alla gestione delle terapie croniche dentro la struttura e alla gestione di alcune necessità cliniche, come ad esempio la prescrizione del vitto: abbiamo diversi pazienti diabetici o con altre patologie per le quali risultano necessarie diete o alimentazioni particolari. Inoltre, in questo periodo sono presenti molti pazienti geriatrici: la popolazione detenuta sta invecchiando, e sempre più detenuti hanno un’età superiore ai 65 anni con tutto quello che, dal un punto di vista sanitario, ne consegue.

Insomma, la gestione interna per questi motivi è molto complessa e strutturata, ma la sua evoluzione è un aspetto a cui sinceramente io tengo molto. Il nuovo carcere che è in costruzione avrà all’interno un vero e proprio reparto di degenza oltre all’ambulatorio e all’infermeria e forse questo permetterà di rendere ancora più semplici diverse cose.

Ci hai parlato di alcuni progetti “particolari” che segui all’interno del penitenziario, ci spieghi meglio?

Oltre all’attività “classica” di medico penitenziario, prendo parte anche ad alcuni progetti come promotore della salute: insieme alla Promotrice della Salute – che è una figura che fa da ponte fra l’infermeria e i bisogni dei detenuti – svolgo un’attività educativa in cui insegno quelli che sono i principali argomenti della salute: l’igiene e la prevenzione, la sensibilizzazione verso le malattie infettive, l’alimentazione corretta e lo stile di vita in maniera interattiva e coinvolgente cercando di rendere gli argomenti interessanti. Ad esempio quest’anno ho inserito dei giochi e dei quiz, questo per riuscire a trasmettere il messaggio a persone che in alcuni casi possono avere livelli culturali molto diversi fra loro e etnie diverse.

Quella di medico penitenziario è una professione che consiglieresti ad un collega?

Assolutamente sì! È un’esperienza che consiglierei moltissimo, ti accresce giorno dopo giorno e ti dà molto sotto diversi punti di vista perché lavorare con pazienti detenuti è una cosa estremamente particolare, delicata, e forse in molte persone può addirittura generare timore: ho conosciuto molti colleghi che hanno provato a lavorare in penitenziari, ma alla fine molti hanno deciso di lasciare perché l’ambiente è ovviamente davvero troppo forte ed intenso.

Inoltre si è in contatto con tantissima sofferenza: parliamo quotidianamente anche con i parenti dei Pazienti detenuti. Si impara a gestire delle difficoltà e a conoscere una realtà sociale che è estremamente complessa.

Dall’altro lato, lavorando dentro ad un carcere impari a lavorare in equipe con altri specialisti, colleghi, psicologi, il Sert, gli educatori e la polizia penitenziaria.

È un’attività impegnativa e delicata, è estremamente formativa, è difficile, sicuramente non è per tutti: però secondo me ti dà tantissimo, ti dà la possibilità di imparare e di crescere tanto da un punto di vista umano, emotivo ed emozionale.

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