Le cattive abitudini alimentari causano più morti del fumo e dell’ipertensione

Dieta sanaMangiare bene è alla base della nostra cultura medica e sanitaria. Oggi uno studio condotto da 130 scienziati di 40 paesi diversi dimostra che la cattiva educazione alimentare uccide più del fumo, della pressione alta e di qualunque altro fattore di rischio.

Il coordinatore dello studio Ashkan Afshin dell’Institute for Health Metrics and Evaluation (Ihme) dell’università di Washington negli Usa puntualizza che il nuovo lavoro (ne aveva già condotto uno due anni fa) indaga il rapporto tra alimentazione e patologie croniche come malattie cardiovascolari e diabete, indipendentemente dall’eventuale eccesso patologico di peso.

Nel 2017 sono state 10,9 milioni le morti associabili ad un regime alimentare sbagliato. 1 morte su 5 potrebbe essere evitata modificando le proprie abitudini alimentari. Un dato alquanto imponente e socialmente forte che vuole dare una scossa alla comunità scientifica ma soprattutto all’industria e alle istituzioni perché si impegnino per dei cambiamenti profondi e seri.

L’effetto dei singoli fattori dietetici è variabile da un Paese all’altro, ma la metà dei decessi correlati ad una cattiva alimentazione sono legati a 3 abitudini comuni: basso apporto di cereali integrali, poca frutta, alto consumo di sodio. Gli studiosi concludono dunque che non basta preoccuparsi di demonizzare e limitare i cibi che negli ultimi anni sono stati al centro del dibattito nutrizionale del mondo occidentale (e non) – zucchero, sale, grassi – ma è altrettanto importante focalizzarsi su alimenti che non vengono assunti in quantità sufficiente, quali appunto cereali integrali, frutta, verdura, noci e semi.

In quest’ottica è interessante dunque citare il progetto del Policlinico Gemelli di Roma che ha messo a punto delle formulazioni ad hoc per i pazienti in grado di apportare i micro e macro nutrienti necessari per coadiuvare i processi curativi. Le formulazioni sono dirette a pazienti con patologie rare ma anche pazienti oncologici. “Secondo alcuni dati preliminari, è possibile ridurre la durata del ricovero di un giorno e mezzo, limitare il rischio di nuovi ricoveri a 30 giorni ed eseguire interventi più radicali” sostiene il Professor Antonio Gasbarrini, direttore dell’Area di Medicina interna, gastroenterologia e oncologia medica del Policlinico Gemelli. 

Per saperne di più:

Adnkronos

La Repubblica

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